Harvey andò in scena per la prima volta nel novembre del 1944,
a Broadway, e rimase in cartellone per quattro anni e mezzo, fruttando
il premio Pulitzer, nel 1945, alla sua autrice Mary Chase, una giornalista
americana di origini irlandesi con la passione per la drammaturgia.
Nel 1950 approdò nelle sale cinematografiche in un acclamato riadattamento
con James Stewart, per la regia di Henry Koster; Josephine Hull, che nel film
vestiva i panni di Veta, vinse per la sua interpretazione il premio come
Miglior attrice non protagonista agli Oscar e ai Golden Globe. Attualmente,
Harvey è ritenuto un caposaldo della commediografia americana del
Novecento e un cult del cinema dell’epoca.
Rappresentare oggi il capolavoro di Mary Chase è dunque, per alcuni tratti,
un’operazione estremamente delicata: da una parte, il rispetto per un testo
dai trascorsi illustri, dall’altra la necessità di conciliare quella storia
con una sensibilità collettiva che, rispetto al 1944, è mutata notevolmente.
Su un piano meramente formale, la sfida è proprio quella di ricreare,
seppur per minime suggestioni, l’atmosfera delle commedie anglosassoni
del secolo scorso, imperniate su una fresca linearità narrativa e una
leggerezza intelligente, cercando allo stesso tempo di accogliere con grande
cautela le influenze del gusto moderno, abituato a ritmi più veloci e a un
umorismo meno disciplinato.
Dal punto di vista contenutistico, il rischio più grande è quello di enfatizzare
una lettura dell’opera che promuova un’interpretazione stucchevolmente romantica
della follia: la vera protagonista dello spettacolo non è la mite pazzia di Elwood,
quanto la sanità nevrotica del microcosmo sociale in cui vive, sempre incline a
vedere nell’irregolare non una condizione individuale più o meno problematica,
ma un imbarazzo e una stortura disturbante per la collettività, da nascondere
o raddrizzare con trattamenti umilianti.
In questo senso, Harvey non è una commedia idealizzante sulla follia,
ma la storia di un folle che ci aiuta a riflettere con il sorriso sui limiti
di un vivere comune strozzato da una razionalità bipolare e intollerante.